Totip e Totocalcio, il cinema
fa il pieno di risate…

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Soldatino, King, D’Artagnan. Sono i tre cavalli che la barista Gabriella (Catherine Spaak), su dritta di una chiromante, intima di giocare al Totip come Corsa Tris della settimana al fidanzato indossatore Bruno, detto Mandrake (Gigi Proietti). Ma lui, consultati i due compagnoni dell’ippodromo di Tor di Valle, il nullafacente Er Pomata (Enrico Montesano) e il parcheggiatore Felice (Francesco De Rosa), punta tutto su Antonello da Messina: “Impossibile che arrivino quei tre brocchi“. Inutile aggiungere che la soffiata milionaria era giusta e che i tre citrulli si ritroveranno cornuti e mazziati. Succede nella divertentissima commedia Febbre da cavallo, diretta nel 1976 da Steno, ovvero Stefano Vanzina, padre degli inventori del cinepanettone Enrico e Carlo.

È anche uno dei rari casi in cui il cinema italiano si occupa di corse, come nel successivo Febbre da cavalloLa Mandrakata, diretto nel 2002 proprio da Carlo Vanzina, con la consueta complicità, nella sceneggiatura, del fratello Enrico. Evidente l’omaggio a papà Steno, sia nel titolo, sia nella trama, sia nel cast, dove rispuntano, negli stessi ruoli di allora, Proietti e Montesano. Sarà un caso, ma gli abiti, con strepitose scollature, di Nancy Brilli, sono firmati Cavalli.

Saltando dall’ippodromo al Totocalcio, ecco un film diventato, come si suol dire, cult: Eccezzziunale… veramente, tre zeta e tre episodi, ancora dei fratelli Vanzina, anno di grazia 1982. Nella seconda storiella il tifoso dell’Inter Felice (interpretato come nelle altre due dal terrunciello in clamorosa ascesa Diego Abatantuono) fa un 13 da 800 milioni, pianta moglie e suocera, lascia anche l’impiego, e spende come un emiro. Ahilui, l’inesistente vincita era un atroce scherzo degli amici Massimo (Boldi), Teo (Teocoli) e Ugo (Conti). Meno fortunato, leggi incassi, Al Bar dello Sport  (1983, Francesco Massaro), ambientato a Torino. Qui l’emigrato pugliese Lino (Lino Banfi), al bar del titolo, dove fa il filo alla cassiera veneziana Rossana (Mara Venier), azzecca un 13 da un miliardo e 300 milioni, grazie al suggerimento decisivo di Parola (Jerry Calà), il cameriere muto del locale, che lo spinge a mettere un improbabile 2 a Juventus-Catania.

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Ovvio però che siano le carte il sottofondo più ricorrente nell’abbinamento tra cinema e gioco. Si va dalla scopa, amichevole ma non troppo, in I giocatori, uno dei sei episodi di L’oro di Napoli, diretto nel ’54 dal grande Vittorio De Sica. Nelle vesti, tutto sommato autobiografiche, di un maturo conte rovinato dal tavolo verde, il De Sica attore si è ridotto a fare qualche partitella a scopa con Gennarino, il bambino del portiere. Che vince sempre mandando su tutte le furie l’anziano nobiluomo, a suo dire, ostinatamente perseguitato dalla iella. Si alzano di colpo le puntate in “Lo scopone scientifico (Luigi Comencini, 1972). A Roma una volta all’anno lo straccivendolo Peppino (Alberto Sordi) e la moglie Antonia (Silvana Mangano) lasciano la baracca di Porta Furba per trasferirsi in una sontuosa villa. Dove un’eccentrica miliardaria americana (Bette Davis), in coppia con il segretario ed ex amante (Joseph Cotten), li sfida a una serie infinita di partite. La paperona regala immancabilmente ai due poveracci la puglia iniziale di un milione e puntualmente li spenna. Finché un giorno il vento cambia direzione. Ma non muta la morale: a giocare con i ricchi si perde sempre.

Come imparano a proprie spese i quattro fessi che a Bologna, nel crudele Regalo di Natale, diretto da Pupi Avati nell’86, organizzano un poker supermilionario, convinti di spolpare facilmente il danaroso avvocato Antonio Santelia (Carlo Delle Piane). Pronto invece a stangare, grazie anche a un inaspettato Giuda, gli sfigati Ugo (Gianni Cavina), Franco (Diego Abatantuono), Lele (Alessandro Haber) e Stefano (George Eastman). I cinque si ritroveranno, ancora sotto la guida di Pupi Avati, nel 2003 in La rivincita di Natale, altrettanto amaro, ma un po’ meno sorprendente.
A chemin de fer perde tutto il commerciante di formaggi Cesare Bertolazzi (Ugo Tognazzi), incattivito protagonista di Gente moderna, l’episodio del film Alta infedeltà (1964) girato da Mario Monicelli. Per la cronaca gli altri tre siparietti sono di Franco Rossi, Elio Petri e Luciano Salce. Dunque il nostro uomo si mangia anche l’azienda per mano del laido mercante Reguzzoni (Bernard Blier). Lo sconfitto ha però un asso nella manica: la bellissima moglie Zoraide (Michèle Mercier), tosto ceduta al rivale per una notte d’amore in cambio del maltolto. L’astuta signora si salverà grazie a un provvidenziale sonnifero; lo sciocco credulone si vanterà di una conquista mai fatta; l’infedele marito resterà nel dubbio, con due corna forse virtuali, ma ugualmente dolorose.

Per chiudere non poteva mancare la roulette. Meta agognata nel gustoso giallorosa Crimen (Mario Camerini, 1960) degli spiantati coniugi Remo (Vittorio Gassman) e Marina Capretti (Silvana Mangano), ansiosi di raggiungere Montecarlo per far saltare il banco con un sistema ritenuto infallibile. A tenergli bordone, nel film e sul treno in viaggio verso la Costa Azzurra, Alberto Sordi, Nino Manfredi e Franca Valeri. Finiranno tutti e cinque, innocenti ma senza un alibi, al commissariato per l’omicidio di una ricca passeggera. Identica l’ambientazione del buffo Montecarlo Gran Casinò (guarda caso diretto ancora da Carlo Vanzina nell’87). Qui s’incrociano i fratelli ristoratori milanesi Gino (Massimo Boldi) e Lino (Enrico Beruschi), il buzzurro romano Furio (Christian De Sica), l’imbroglioncello Oscar (Ezio Greggio), il baro francese in guanti bianchi Duroc (Philippe Leroy) e l’assatanato elettricista Paolino (Paolo Rossi). Più la vistosa maliarda Silvia (Florence Guerin). E persero tutti felici e contenti.

Massimo Bertarelli

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